Osservazioni su ECOMIC – Lettera aperta alla Direzione generale digitalizzazione e comunicazione del Ministero della Cultura

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta alla Direzione generale Digitalizzazione e comunicazione del Ministero della Cultura. Il documento, sottoscritto congiuntamente da Creative Commons, Wikimedia Italia e GPOLINFO, contiene una serie di dettagliate osservazioni relative al recente report ECOMIC.

Ecco il testo integrale:

Premessa

A nome di Creative Commons Italia, Wikimedia Italia e del Gruppo di studio sulle Politiche dell’Informazione dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche), con la presente vogliamo partecipare alla consultazione pubblica ed esprimere il nostro parere sul report ECOMIC in ragione del nostro ruolo nella promozione dell’accesso aperto, del riuso dei dati pubblici e della valorizzazione del patrimonio culturale digitale.

Il nostro parere si collega al più ampio quadro delle politiche europee volte alla costruzione di un’economia della conoscenza e dei dati, fondata sui principi FAIR, nonché su modelli di apertura e riuso “by default”. In ambito europeo, tale indirizzo è stato progressivamente consolidato attraverso un articolato quadro normativo, a partire dalla Direttiva 2003/98/CE sul riuso dell’informazione del settore pubblico, successivamente modificata dalla Direttiva 2013/37/UE e rifusa nella Direttiva (UE) 2019/1024 (Open Data Directive), che stabilisce il principio secondo cui i dati pubblici devono essere resi disponibili in formati aperti e riutilizzabili, anche per finalità commerciali, promuovendo innovazione, concorrenza e sviluppo del mercato unico digitale. Tale quadro è ulteriormente rafforzato da infrastrutture europee quali l’European Data Portal, che facilitano l’accesso e il riuso transfrontaliero dei dati pubblici, nonché da iniziative legate all’Open Science e alla diffusione dei dati FAIR, tra cui le politiche promosse da OpenAIRE e dalla Commissione europea e progetti quali Europeana, ARIADNE PLUS, Common European Data Space for Cultural Heritage, orientate alla condivisione, interoperabilità e riusabilità dei dati culturali secondo i principi FAIR.

In questo contesto si inserisce altresì la campagna Open Heritage Statement promossa da Creative Commons, che si indirizza all’UNESCO e incoraggia le istituzioni culturali a rendere disponibili senza restrizioni i contenuti in pubblico dominio, in modo coerente con i principi europei di apertura e riuso.

Alla luce di tali riferimenti normativi e strategici, la reportazione ECOMIC appare presentare elementi di disallineamento rispetto agli orientamenti europei sopra richiamati. A fronte di dichiarazioni programmatiche orientate all’apertura e alla condivisione, emergono infatti impostazioni che richiamano modelli autorizzatori e restrittivi, suscettibili di limitare l’effettiva riutilizzabilità dei dati culturali.

Il presente contributo intende pertanto evidenziare, in forma sintetica, i principali profili di criticità e le possibili linee di adeguamento, al fine di assicurare un pieno allineamento del progetto agli obiettivi europei in materia di open data, riuso e valorizzazione del patrimonio culturale digitale, oltre a garantire sostenibilità e un raccordo efficace con il sistema bibliotecario, anche in prospettiva di una riforma del settore.

Report ECOMIC

Se da una parte il report sembra essere orientato verso principi attigui agli obiettivi del movimento open access, dall’altra sembra rimanere ancorato a logiche conservative, non superando il paradigma proprietario costituito dalla concessione dell’autorizzazione e dalla corresponsione dei canoni per il riuso commerciale dei beni culturali.

A pagina 11, il report definisce il progetto come “un’infrastruttura culturale nazionale distribuita e cooperativa, capace di generare nuovo valore culturale, educativo, sociale ed economico attraverso la condivisione e il riuso dei dati.”

Incoraggiante sembrerebbe anche il riferimento a Europeana a pagina 26, come testimonianza dell’accelerazione del panorama europeo verso la digitalizzazione del patrimonio culturale. Ove la stessa viene descritta come  “l’infrastruttura di riferimento dell’Unione Europea per l’aggregazione e l’accesso ai contenuti culturali digitali. Promuove la diffusione di standard comuni per la metadatazione, l’accesso e il riuso, costituendo un punto di riferimento essenziale per la progettazione di un’infrastruttura federata e interoperabile come Ecomic” (sic!).

A pag. 28, si riporta che “Ecomic non impone un unico modello di gestione del patrimonio digitale, ma offre un contesto [→p. 205] abilitante plurale, dove ciascun Attore – pubblico o privato, istituzionale o comunitario – può riconoscersi, partecipare e contribuire secondo le proprie competenze e missioni”.

Allo stesso modo, a pagina 29 si dice che “questo modello si propone come superamento consapevole dell’approccio verticale e centralizzato alla gestione del patrimonio, storicamente riconducibile a quello che Laurajane Smith ha definito Authorised Heritage Discourse (AHD). L’AHD si fonda su una visione gerarchica e oggettivante della cultura, in cui la legittimità del sapere e del valore culturale è attribuita quasi esclusivamente a istituzioni centrali e figure esperte, escludendo narrazioni alternative o comunitarie.”

A pagina 42, il report parla espressamente di “apertura dei dati” e di “messa a disposizione di strumenti condivisi”, precisando che l’obiettivo è di “promuovere modelli di valorizzazione che non subordinino il valore culturale alla monetizzazione, ma lo esprimano in forme economiche, sociali e civiche tra loro complementari.”

A pagina 47, il report parla di valorizzazione, ponendosi come obiettivo quello di “trasformare i beni digitali in valore culturale, educativo, sociale ed economico attraverso il riuso e l’innovazione.”

Al riguardo, prevede tra i criteri di valutazione della riuscita del progetto “valore economico diretto e indiretto generato (ove rilevabile); Numero di imprese culturali e creative coinvolte in attività di sviluppo o riuso”.

Ad ogni modo, segnali contrari arrivano in varie altre parti del report. Già dall’incipit si intuisce la direzione del report, che viene condiviso tramite la licenza CC BY NC SA, che inibisce per l’appunto ogni uso commerciale e che si pone comunque in contrasto con il simbolo © riportato in epigrafe. A ben vedere, il report pubblicato da una pubblica amministrazione dovrebbe essere rilasciato in open access by default, trattandosi di materiale non tutelabile dal diritto d’autore e rientrando nel perimetro della direttiva PSI.

In nessuna parte del report si parla né di pubblico dominio, né di open access.

Ancora, a pagina 49, si parla della segmentazione dei portatori di interesse e si individuano:

  • segmento consolidato: enti pubblici e privati già titolari di patrimoni culturali e attivamente coinvolti nella loro gestione;
  • segmento operativo: soggetti che svolgono funzioni professionali e tecniche legate alla valorizzazione, gestione e digitalizzazione del patrimonio;
  • segmento aperto: soggetti esterni al perimetro tradizionale della tutela e della gestione, ma potenzialmente interessati a riutilizzare o valorizzare i contenuti digitali.

Se da questa previsione si sarebbe portati a pensare che il report voglia promuovere il riuso dei beni culturali anche a fini commerciali, la speranza viene stroncata a pagina 54, quando, esemplificando il segmento aperto, si parla di “Startup e PMI innovative e/o specializzate in ambiti legati (ad es.) a grafica, giochi, accessibilità, restauro, diagnostica; aziende di ogni dimensione con focus più tecnologico, che offrono servizi (ad es.) di digitalizzazione, archiviazione, realtà aumentata, intelligenza artificiale, produzione digitale, progettazione di interfacce e soluzioni gestionali per la cultura.” Le imprese commerciali sembrano essere configurate più come fornitori di servizi che come utilizzatori.

Si comprende dunque come la digitalizzazione stessa non sia pensata per favorire la libera diffusione ed utilizzazione dei beni culturali, ma unicamente a garantire la valorizzazione dello stesso dal punto di vista tecnologico, senza che ciò rispecchi in alcun modo né gli obiettivi di Creative Commons Italia e Wikimedia Italia, né tantomeno quanto previsto dalla Corte dei Conti con la delibera n. 50/2022/G del 12 ottobre 2022 e  n. 76/2023/G dell’ottobre 2023.

L’orientamento è confermato a pagina 145, quando si prevede che “I servizi per l’esplorazione dei dati, denominati Ecomic Data Hub, consentono di ricercare ed esportare i dati del patrimonio digitale in dataset riutilizzabili. L’accesso è modulato in base alle competenze e alle finalità dell’utente (…) Le policy di visibilità e protezione definite a livello di infrastruttura assicurano che l’accesso avvenga nel rispetto delle regole stabilite dagli enti titolari (….) Ecomic Data Hub democratizza l’accesso ai dati culturali, consentendo a qualsiasi tipologia di utente di interrogare il patrimonio e ottenere risorse pronte per il riuso, nel pieno rispetto delle tutele previste”.

In conclusione, il report sembra essere un passo in avanti da un punto di vista tecnico verso la digitalizzazione del patrimonio culturale, dando adito quantomeno alla necessità di superare un’impostazione unicamente analogica dello stesso. Dal punto di vista giuridico però, gli obiettivi dell’open access sembrano ancora essere osteggiati e neutralizzati dalle formule di cui sopra.

Degna di nota è anche l’assenza di qualsivoglia raccordo con un’imminente riforma del settore bibliotecario. Una “politica dell’informazione” di ampio respiro non può procedere su binari separati rispetto alla riforma legislativa di settore. È indispensabile che Ecomic 2.0 non venga percepito solo come un’infrastruttura tecnologica legata al PNRR, ma che sia esplicitamente incardinato nel nuovo quadro normativo che mira a riconoscere le biblioteche come infrastrutture essenziali e stabili entro sistemi di democrazia informativa.

Dall’analisi del testo emerge che Ecomic è strettamente figlio del PNRR e del Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND). Esso descrive un ecosistema tecnologico e una “governance distribuita”, ma lo fa in un vuoto normativo primario: manca infatti un richiamo a quelle “Norme sul Sistema Bibliotecario Italiano” che l’AIB ha presentato proprio a fine 2025 per dare una base legislativa solida e democratica ai servizi bibliotecari. Questa omissione non è un dettaglio, poiché rischia di far apparire l’ecosistema digitale come un’iniziativa puramente ministeriale o legata a fondi temporanei, piuttosto che come parte integrante di una riforma strutturale del settore bibliotecario che sancisca il diritto dei cittadini all’informazione e alla conoscenza.

Inoltre, da una parte, il passaggio da una gestione a “silos” a un modello di ecosistema distribuito e cooperativo rappresenta certamente un elemento positivo del documento, in quanto prospetta una possibile reale valorizzazione del patrimonio culturale italiano e una convergenza sempre maggiore tra Musei, Archivi e Biblioteche, nell’ambito di una visione della trasformazione digitale avanzata e condivisibile. Il documento cita, infatti, la “governance distribuita” e pone l’obiettivo ambizioso di far sì che, entro il 2030, il 40% delle risorse digitali su D.PaC provenga da piccoli enti. Dall’altra parte, però, rimane il timore che la complessità tecnologica richiesta (API, grafi di conoscenza) possa creare un nuovo divario digitale tra i grandi istituti centrali e le biblioteche di ente locale o minori. È necessario che i servizi di conferimento dati (D.PaC) siano realmente semplificati per abbassare le barriere tecniche ed economiche per chi non ha competenze specialistiche interne.

Si rendono inoltre necessarie delle garanzie concrete sulla sostenibilità economica oltre la conclusione dei fondi PNRR: gli “strumenti stabili per la disseminazione” previsti a partire dal 2026 devono essere accompagnati da un piano di finanziamento strutturale che eviti l’abbandono delle infrastrutture territoriali una volta esaurita la spinta emergenziale dell’investimento pubblico. La trasformazione digitale non può essere equa se non si investe prioritariamente nell’alfabetizzazione digitale e nel supporto operativo costante agli attori più fragili dell’ecosistema.

Da ultimo, occorre chiarire con maggiore dettaglio come i nuovi flussi di Ecomic si integreranno con il Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN). L’efficacia dell’ecosistema dipenderà dalla capacità di far dialogare queste piattaforme senza duplicare gli oneri operativi per i bibliotecari, salvaguardando l’autonomia e la visibilità delle singole istituzioni all’interno della “regia unica” ministeriale. Pur citando l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) e piattaforme come Alphabetica, il documento non chiarisce fino in fondo come Ecomic si armonizzerà con il SBN in termini di flussi informativi quotidiani e di autonomia decisionale dei sistemi locali. Si parla di “regia unica” del Ministero della Cultura, un concetto che potrebbe entrare in tensione con il modello di cooperazione interistituzionale e di autonomia delle biblioteche previsto dalla proposta di legge AIB.

Hanno sottoscritto la presente lettera:

Capitolo italiano di Creative Commons (Chapter Lead, Deborah De Angelis)
Wikimedia Italia (Presidente, Ferdinando Traversa)
GPOLINFO (Coordinatrice, Antonella De Robbio)

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *